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mercoledì 9 aprile 2014

IL FIORE DELLA VITA - aperte le iscrizioni

Sono aperte le iscrizioni per il workshop che si terrà ogni mercoledì sera, dal 7 maggio al 25 giugno, dalle 20.00 alle 22.00 preso la sede dell'Associazione Nascere Donna in V. Palestro 6.
Per info, costi e dettagli:
Beatrice Udali 3357780415

lunedì 30 dicembre 2013

I NOSTRI GRANDI PICCOLI

È faticoso frequentare i bambini, avete ragione. 

Perché bisogna mettersi al loro livello. Abbassarsi.. inclinarsi.. curvarsi.. farsi piccoli? Ora avete torto. Non è questo che più stanca. 

È piuttosto il fatto di essere obbligati a innalzarsi fino all’ altezza dei loro sentimenti. Tirarsi.. allungarsi.. alzarsi sulla punta dei piedi. Per non ferirli.. 

(J. Korczak)


E dopo tanta poesia mi imbatto in una discussione su FB e scopro che c'è chi ancora pensa che parlare e spiegare le cose ai bambini di 3 - 4 - 5 - 6 - anni sia inutile e che "Serve solo al genitore per tranquillizzarsi (utile, per carità) e a qualche autore new age a vendere più libri".

Ringrazio questa persona perché è una delle poche che con la sua disarmante semplicità mi ha scosso, cosa che succede raramente e, probabilmente suo malgrado, mi ha fatto venire voglia di scriverci un post. Non ci guadagno nulla in termini economici, ma forse ci guadagna in visibilità il suo pensiero. Lo voglio quindi divulgare in modo che i miei lettori possano aumentare di numero e godere di queste pillole di saggio senso comune.
Io purtroppo non riesco a beneficiarne, spero ci riusciate voi. Le mie idee non si modificano dinnanzi a tali affermazioni. Quindi rimango convinta che i bambini non abbiano emozioni o idee giuste o sbagliate, ma solo emozioni e punti di vista legittimi. Ho sempre pensato, e da quando i miei figli sono nati, la convinzione si è rafforzata, che gli adulti non abbiano il compito di "correggere" ciò che di sbagliato vedono nei figli, ma di accompagnarli a comprendere le loro emozioni e il mondo circostante, fornire loro gli strumenti per leggere la realtà.
Mi sono sorpresa ad ascoltare i loro racconti, sono rimasta affascinata dinnanzi ai loro disegni, a bocca aperta a sentire le loro domande così semplici e così profonde. Ho sempre pensato che non si possa comunicare con i bimbi con lo stesso linguaggio con cui si parlano tra loro i grandi, ma sono convinta che come i grandi siano in grado di comprendere aspetti e sfumature delle situazioni e delle relazioni, probabilmente in modo molto più profondo ed intenso.
I bambini imparano a fare domande se hanno a fianco adulti che li ascoltano e danno loro risposte. I figli ci chiedono coerenza, non di essere infallibili e a volte bisogna chiedere loro scusa e ammettere gli errori.
Le azioni, i gesti e le parole che danno loro una cornice di senso, rappresentano per i bimbi una mappa per orientarsi. 
Come genitore non mi tranquillizzo nello spiegare le cose ai miei figli, ma mi tranquillizzano i toni emotivi che cambiano, si abbassano, tornano armonici, dopo che ho detto loro "hai ragione ad essere arrabbiato, ma puoi fare un'altra cosa quando senti che arriva la rabbia al posto di alzare le mani o tirare calci".
Non è sempre facile, non sempre ci riesco, ma questo è il mio obiettivo. E a 3-4-5-6 anni, mi godo tutto, o quasi, il loro mondo interiore in una fase unica della loro crescita, che cambierà e so già che mi mancherà.
Vi auguro BUON ANNO. 





lunedì 4 novembre 2013

DIVERSA LIBIDO


Quando ho incontrato Federica Gagliardo, di lei mi ha colpita soprattutto la sua forza propositiva.
Federica è una combattente e come tutti coloro che hanno individuato un obiettivo nella loro vita, desidera condividerlo. Federica è fondatrice e amministratrice del gruppo Facebook “Diversa libido” volto a creare uno spazio di confronto sul tema della sessualità connessa alla disabilità:

“HO CREATO IL GRUPPO PER PARLARE DI "DIVERSA SESSUALITA'" PERCHE' LA NOSTRA SESSUALITA' NON RIMANGA ASTRATTA, MA DIVENTI CONCRETA, CONFRONTANDO LE NOSTRE ESPERIENZE E SUPERANDO I NOSTRI TABU'.
POTREMO AVVALERCI DEL SUPPORTO DELLA PSICOLOGA E SESSUOLOGA MONICA CAPPELLO E DELLE CONSULENTI DEL BENESSERE SESSUALE DI ROSSOLIMONE”
Federica            




Federica, qual'è stata la scintilla che ti ha fatto nascere l'idea di aprire un gruppo su questo argomento?
E’ una storia un po’ lunga, poiché il gruppo è frutto di un percorso di riflessione, ancora in atto. Non ho mai avuto un buon rapporto con il mio corpo e con la mia sessualità, perché nessuno mi ha mai insegnato questo tipo di amor proprio. Poi, un annetto fa ho conosciuto Susanna di RossoLimone, che mi ha aperto un mondo: mi ha fatto capire che devo volermi bene, apprezzarmi, imparare a conoscere il mio corpo. Ho cominciato un percorso con una terapista del perineo, che mi aiuta a ridurre la spasticità congenita dei muscoli vaginali, e, parallelamente, un percorso con la sessuologia Monica Cappello (laureatasi con una tesi sul tema “sessualità e disabilità”). Un giorno… mi si è accesa la lampadina! Avendo il fidanzato e gli amici disabili mi sono detta: “perché non creare un gruppo nel quale affrontare tutti insieme l’argomento?”.



A chi è rivolto questo gruppo?
In primis, come è ovvio, è rivolto alle persone disabili, che possono condividere e confrontare le proprie esperienze. In secondo luogo, possono partecipare professionisti che possono avere a che fare con la disabilità: ginecologi, ostetriche, psicologi, fisioterapisti, che possono fornire preziosi spunti di riflessione, dare piccole soluzioni ai problemi esposti, e magari approfondire la conoscenza del mondo della disabilità e migliorare il loro approccio nei confronti delle persone disabili. Infine, vorrei che partecipassero i genitori di persone disabili, i quali purtroppo non vedono i figli come portatori di sentimenti e desideri sessuali e affettivi, ma come “esseri asessuati”.




Quali aspettative avevi e hai in merito?

Avrei voluto che i disabili partecipassero attivamente, ma nessuno lo fa, e questo mi amareggia molto. Avevo pensato di chiudere il gruppo, ma le ragazze di RossoLimone mi hanno convinta a non farlo perché pensano che la gente legga ciò che viene condiviso: me lo auguro…!





Quali dunque pensi siano i pregiudizi che le cosiddette persone “normodotate” hanno nei confronti della sessualità delle persone con disabilità?
Per fortuna ho conosciuto persone che sono andate oltre la disabilità, guardando quella che sono e trattandomi come loro pari. Di contro, ci sono persone che considerano i disabili come persone prive di una propria personalità e bisognose di continua assistenza. Il pregiudizio deriva proprio dalla incapacità di vedere i disabili come portatori di bisogni affettivi. In parole povere: “chi se lo/la prende?”



Quali i pregiudizi delle persone con disabilità relativamente alla loro sessualità? E i loro tabù?

Il pregiudizio deriva dalla scarsa conoscenza del proprio corpo e dallo scarso desiderio sessuale, che a loro volta derivano dalla mancanza di educazione sessuale e dai pregiudizi dei “normodotati”. Credo che il pensiero prevalente sia: “sono disabile, nessuno vorrebbe stare con me”, quindi si tende a reprimere la sfera sessuale, non ci si piace, e non si fa nulla per piacere agli altri. Si entra in un circolo vizioso.



Qual'è la prima e più piccola cosa che consiglieresti alle persone disabili di modificare per avviarsi sulla via del superamento dei propri tabù?

Imparare a vedersi come uomini e donne, imparare a piacersi.



Vuoi dare qualche indicazione a chi volesse iscriversi al gruppo?
Basta mandarmi un messaggio privato su Facebook, richiedermi l’amicizia, e io aggiungerò al gruppo chi sarà interessato



Ti auguro buona fortuna per il percorso che hai intrapreso, di cui mi sento partecipe. Immagino che non sia facile per le persone esporsi e quindi anche che la variabile tempo sia fondamentale. Ma una cosa è certa: da chi hai conosciuto hai ricevuto tanti consensi e questo sarà anche la tua forza dinnanzi ai silenzi di chi, tacitamente, aspetta che pubblichi un altro post!













venerdì 27 settembre 2013

Lui Lei e l'Altro

Etu...
E noi..
E lui...
Fra noi..

Foto tratta da www.dreamstime.com


Sto parlando di una coppia: un LUI e una LEI, ma anche una LEI e un'altra LEI in cui c'è sempre di mezzo un LUI. Insomma, un LUI in mezzo c'è sempre, o quasi, poi dipende dalle preferenze. 
Quando in una coppia si è in tre possono sorgere delle difficoltà, tendenzialmente perché qualcuno si sente escluso. Se poi accade che si è addirittura più di tre le cose si complicano. Ma restiamo sulla triade. Di fatto non è un grosso problema se uno ci nasce in questa situazione, la dà per scontata, ne prende semplicemente atto e si adegua. Pensa che quella sia la sua realtà e non impara a desiderare altro. Facciamo un esempio: se nasco in un campo di fragole, non posso sapere che vicino c'è un campo di alberi di prugne. È semplice il concetto no? 
Ora immaginiamo anche che a me le prugne servano per vivere, mi sono proprio indispensabili e mi piacciono di sicuro perché il mio corpo ne ha bisogno in quanto le sostanze nutritive che contengono mi consentono di crescere forte e sicuro. A questa stregua sarebbe una mancanza da parte del coltivatore di fragole, non consentire alle sue fragole di nutrirsi di prugne, perlomeno se vuole produrre fragole di ottima qualità.

Ok, usciamo dalla metafora sessual -sentimentale e anche da quella agricola e sveliamo il mistero: STO PARLANDO DI MAMME COL CELLULARE.
Viviamo con questa appendice praticamente sempre e non mi dilungo a spiegarne il motivo, per lavoro o per piacere che sia. 
Quando le donne vengono fagocitate dalla "dimensione mamma", si riducono drasticamente le occasioni per dedicarsi a sé, le vecchie amicizie si diradano, la fatica e la solitudine spesso diventano pesanti. Quindi aprono un blog, chattano, telefonano, per tornare a parlare con qualcuno che non comunichi solo con delle vocali, per confermarsi che sì, sono ancora loro nonostante tutto!
Fatto sta che con queste belle giornate le mamme escono di casa con varie carrozzine o per portare i cuccioli al parco, quindi si presenta un'ottima occasione per ...TELEFONARE!!! 
Ogni pretesto è buono per fotografare il pupo e metterlo su fb, aspettare i commenti e rispondere, in sostanza: rimettersi in gioco nel mondo, rielaborare la propria nuova dimensione.
Tutto legittimo. 

Ora mi metto dalla parte del bambino, quel bimbo che vede la mamma sempre con qualcosa in mano vicino all'orecchio, qualcosa che non è per lui...si abitua a sentirne sempre la voce rassicurante della sua mamma dietro di lui mentre spinge il passeggino: se un tempo la mamma lo ninnava cantando, ora parla parla... ma si sente anche spesso dire: "sta zitto che sono al telefono!" "non vedi che sto parlando" "aspetta un attimo che arrivo!" "non ora" "sta fermo che ti faccio la foto che la mando alla nonna"...

Ecco, allora mi chiedo se quel bimbo non sia una fragolina.

mercoledì 5 giugno 2013

In ricordo della gatta Emma

Estratto del dialogo tra me e i miei bambini Olmo, 7 anni e Iole, 4 anni sulla morte della gatta Emma.

- io: la Emma è morta.

- Olmo: no! Davvero? Perché?
- io: ti ricordi che non stava bene... che stamattina era coricata e tu le tenevi su la testa?
- Olmo: sì
- io: ecco. Poi si è addormentata ed è rimasta così..
- Olmo: ah (ride)...
- io: ti fa ridere?
- Olmo: ...no...cioè...veramente mi viene da piangere. 
- io: beh...piangi se vuoi, io ho pianto.
- Olmo: ma adesso dov'è?
- io: sottoterra. Poi sopra cresceranno erba e fiori.
- Olmo: perché?
- io: perché il corpo si scioglie e nutre la terra.

- io: Iole, ti ricordi che la Emma stava male?
- Iole: sì.
- io: il suo cuoricino si è fermato e poi è morta.
- Iole: ma è uno scherzo? non è una bugia?
- io: no Iole, la mamma non ti dice le bugie.
- Iole: ma davvero??
- io: sì, davvero. Il suo corpo è nella terra e il suo spirito è volato via.
- Iole: ah. Ma può volare?
- io: sì.
- Iole: e adesso il suo cuore batte ancora?
- io: no, non ha più il cuore, adesso non le serve più.
- Iole: ma va anche nell'acqua?
- io: fa tutto quello che le piace fare, adesso sta bene.
- Iole: voglio la Emma! (piange)
- io: pensa alle cose belle così anche lei è felice, se piangi anche lei diventa triste..
- Iole: ma lei ci sente?
- io: sì
- Iole: e come fa??
- io: perché le vogliamo bene e lei vuole bene a noi..il bene si sente..
- Iole: ma il bene non muore mai?
- io: no. Mai.
- Iole: ah.


sabato 30 marzo 2013

VIVI UN SOGNO CON REAL TIME

E. Munch - L'urlo
La Nazione va a scatafascio e io che faccio? Guardo Real Time. Fondamentalmente lo faccio per due motivi: il primo è che se guardo il tg mi arrabbio, il secondo perché mi sono lanciata in un esperimento antro-socio-psico-culturale.
Punto Uno.
Se voglio un'informazione più pluralista possibile dovrei passare più della metà della giornata a seguire i diversi Tg che si inseguono, si smentiscono e si tallonano a vicenda. A ciò si aggiunge la Rete che secondo alcuni, soprattutto Uno, è l'occhio della verità, ma dato che, secondo me, è soltanto un punto di vista che si va a sommare agli altri, capite bene che il tempo raddoppia: solo moltiplicando i punti di osservazione si riesce a vedere la partita dall'alto, ma capite anche che con due figli a casa o ti isoli in soffitta e abbandoni i minori o rinunci e confidi nel buon senso altrui. Oppure ti ci dedichi di notte a questa complessa operazione, ma no...poi no...Orfeo ha il sopravvento. 
Quindi, in attesa di riconciliarmi con il mondo dell'informazione, sento il bisogno di leggerezza, quella voglia di festeggiare che anticipa la crisi, come quelli che fanno l'amore prima della guerra.
Punto Due.
Vi ricordate il tizio che per un mese si cibò esclusivamente da Mc Donald? Ecco, più o meno ho fatto lo stesso esperimento. Ci ho messo molto meno a verificarne i danni, una settimana mi è bastata, ma per tutto questo tempo ho guardato solo Real Time. 
ora vi racconto come è andata.
Inizialmente, come accade con le sostanze, mi sono sentita Bene. Ho imparato un sacco di cose che non sapevo, tipo che ora so come stendere un fondotinta liquido o farmi il trucco giusto per un vernissage. So anche decorare il pavimento in modo che sembri un tappeto finto o costruire un lampadario con degli occhiali vintage scovati ai mercatini. All'inizio mi sentivo in grado di fare tutto, una senso di onnipotenza completamente sganciato dall'esame di realtà, perché l'effetto patinato dura fintanto che sei coinvolta dalle immagini dello schermo e dalla voce suadente di quelle signorine gentili e sorridenti che infondono fiducia anche ai più imbranati. È come stare su una nuvoletta ma, dico la verità, non mi è mai passato per la testa di spegnere la tv, prendere chiodi e martello o acquistare un nuovo rimmel...mi bastava la sensazione...vedere poi le cucine sporche dei ristoranti mi ha certamente colpito...positivamente: me ne sto a casa che è meglio, risparmio, guardo Real Time. Ma è proprio qui che scatta la prima sensazione di dipendenza: se sto a casa a cucinare...CHE CUCINO??? Non c'è problema! Su Real Time trovo ricette facili, ricette eleganti e raffinate, una signorina con figli bravissimi, in un'atmosfera anni '50 mi spiega come addobbare la casa con gusto e servire il tè alle amiche tenendo la tazzina con il mignolo alzato! Peccato che i miei figli non sono silenziosi e ubbidienti, peccato che pasticcio in cucina e che quindi non posso invitare le amiche in a bere il tè!!! Ok..inizio ad innervosirmi. Forse non sono brava a far tutto...Però sono in forma, questo sì. Non mangio patatine con formaggio fuso ad ogni pasto né mi cibo solo di insalata. Anche se, a dir la verità, quel personal trainer così carino...ma no, non sono abbastanza sovrappeso. Per quanto riguarda i figli seguo la Supernanny (vedi Caos e supernanny) quindi creo il tabellone con le faccine-premio e li sistemo. Dopo lo faccio. Ora posso invitare le amiche. Ma prima guardo come si fa a decorare le torte con quella fantastica pasta di zucchero...mmmm...ma come fanno a non leccarsi le dita?? Meglio non pensarci, prima hanno parlato degli effetti degli zuccheri e ho visto le interiora come diventano...meglio di no. 
Bene, ho ritrovato l'equilibrio. Sono pronta ad avventurarmi nel mondo delle malattie imbarazzanti e della chirurgia plastica; qui ci vogliono stomaci forti. Ne esco fortificata, dai miei difetti. Ed ora quella che per me è la ciliegina: 24 ore in sala parto! Le gravidanze di Real Time avvengono in un mondo a parte. Per fortuna non sono più incinta quindi non mi spavento più. 

Non mi spavento più a vedere ostetriche che non vanno d'accordo, che mascherate da personcine attente e a modo, non perdono occasione per rifilarti monitoraggi e gas anestetici perché "non si preoccupi signora, che non passa al bambino"...e dopo 5 minuti "preparatevi per un cesareo d'urgenza!".
A questo punto sono esausta, sto iniziando a soffrire di alienazione, mi sto staccando dalla realtà; dopo essermi immedesimata nella donna che è stata 50 ore in travaglio perché ha voluto un parto naturale, rischio di dimenticarmi della mia meravigliosa esperienza e a credere che quella sia davvero Real-tà.
Amo i miei figli incasinati e disubbidienti, la mia casa in disordine e la mia tazzina del caffè senza manico che offro solo alle amiche più fidate. Amo i gatti e il cane che mi gironzolano intorno e non mi importa se i tovaglioli non sono coordinati con il centrotavola, se la panca fuori è da riverniciare, se improvviso ricette improbabili con quello che rimane nel frigo.
Mi sono liberata! E sono più leggera! 
Ora torno alla realtà e...guardo il tg...



giovedì 14 febbraio 2013

CAVALLINO A DONDOLO O TABLET?

Le feste sono passate, ma arrivano compleanni, comunioni e cresime. Ogni genitori si trova di fronte al dilemma di qual'è il regalo giusto per il proprio figlio. Un buon libro è in competizione con un gioco interattivo o un videogioco, allettante e pubblicizzato. Molto più di un buon libro appunto. Così anche noi che vogliamo girare pagine di carta e scoprire nuove e storie e nuove immagini, ci troviamo in competizione con la tv e la pubblicità che ci fanno vedere giochi che si muovono da soli, luci e fuochi artificiali.

"Per il mio compleanno VOGLIO il Nintendo!"

E già lo sai che dovrai contrattare modi e tempi di utilizzo, ingaggiare lotte sopportare  capricci. Ma sai anche che tenerlo occupato mentre te lo porti dietro quando vai in pizzeria, solleva te dalla fatica di sollevare lui dalla noia di stare con tanti grandi.
C'è chi si oppone finché può a cedere all'acquisto di un tablet e chi invece sostiene che tanto vale perché questo sarà il loro mondo, un mondo con cui cerchiamo di stare al passo, pur sapendo che saremo sempre un tantino più indietro di loro che, con questo modo di comunicare ci sono proprio nati.
Bene, ho detto tutte le mie banalità. ORA STOP! RESET! REWIND!
Ci sono almeno un  paio di errori in questo testo.
1. Non si può utilizzare il termine "competizione". Non si può pensare che un gioco annulla l'altro, che un libro è MEGLIO di un ebook. Semplice no? Per quale pregiudizio pensiamo che siano due alternative? Il gioco sano e quello pericoloso? Insomma, se si pensa che siamo in guerra allora è una guerra persa. È come mettere in competizione un buon gelato con un piatto di broccoli cotti al vapore, per un bambino. A mia figlia piacciono molto i broccoli così come ama il gelato e può mangiare l'uno e l'altro, così come impara un sacco di cose giocando al tablet o si perde un pomeriggio con un cavallino di stoffa! 
2. Il videogioco non può essere un modo per sollevarci dall'essere genitori. Sento dire le stesse cose che si dicevano anni fa tipo "È giusto mettere i bambini davanti alla tv?". Insomma, parliamoci chiaro: tutti abbiamo bisogno di momenti di pausa e di svagare la mente così come tutti ci siamo trovati nell'impegnativa situazione di contenere i propri bimbi in contesti non fatti su misura per loro. A mio parere possiamo scegliere tra: costruire situazioni SEMPRE a misura di bambino, aiutarlo a comprendere invece che NON SEMPRE tutto è fatto per lui, ma ci sono anche tempi dei grandi a cui lui può partecipare,  lasciargli il suo tempo per giocare al pc, mentre noi siamo lì e ci interessiamo al suo gioco e sicuramente almeno un'altra alternativa, anziché trasmettergli il messaggio: "toh, tieni il Nintendo e sparisci per un po' che così respiro anch'io"! Anche la fatica stessa di contrattare continuamente le regole del gioco è un importante fase del processo di crescita, in cui si ridefinisce ogni volta la relazione genitore-figli.
3. L'esempio vale più di mille parole. Per quanto tempo i nostri bimbi ci vedono al pc, al cell, col tablet? Ho detto tutto, ed è lo stesso sottinteso al post del CIUCCIO...


martedì 15 gennaio 2013

COPPIE OMOSESSUALI E FIGLI

Dato il gran can can di questi giorni in merito alle manifestazioni in Francia contro la proposta di legge sul matrimonio tra persone dello stesso sesso e l'apertura per queste coppie alla possibilità di avere bambini, vorrei riportare l'interessante contributo del collega Dott. Federico Ferrari, psicoterapeuta familiare, esposto in un'intervista rilasciata a Lettera43.it. Il terapeuta, in risposta alle affermazioni della Dr.ssa Vegetti Finzi, psicanalista, nell'esporre i suoi contenuti, mette in evidenza gli "errori logici" che portano ad assumere a dati di realtà dei modi di leggere il comportamento umano e le relazioni, cosa che accade spesso con le teorie psicologiche. 
Seppur di importanza fondamentale il concetto di Edipo, è pur sempre un'inferenza che arriva dall'osservazione di una famiglia composta da madre - padre - bambino, così come è successo per il concetto di relazione "simbiotica" madre - bambino, ormai radicata nella cultura popolare, che è però stato ampliato e superato nel momento in cui si è iniziato ad osservare il triangolo genitori - bambino, anziché solo madre - bambino. Allo stesso modo anche il neonato è "diventato" competente quando lo si è messo nelle condizioni di poter esprimere capacità differenti. Insomma, bisogna innanzitutto fare i conti con i propri pre-giudizi (ed è pur sempre legittimo che ognuno abbia un'opinione in merito che gli consenta di fare le proprie scelte nella vita) , ma come professionisti, non cadiamo nello stesso errore di Lombroso che osservava il volto dei delinquenti e poi ne ineriva le caratteristiche di personalità per poi estenderle e generalizzarle!
Domanda. Parlare di Edipo, quindi, è anacronistico?
Risposta. Edipo è un assunto storicamente molto connotato ma relativo a quello che era un assetto sociale antropologico dei primi del 900. Il metodo della psicoanalisi inoltre è un metodo clinico che si basa su dei costrutti che non sono direttamente osservabili.
D. Solo teoria?
R.
 Pur essendo una disciplina molto importante nel contesto psicologico, che ha dato spunti fondamentali, non si basa sul metodo scientifico e tutto quello che viene proposto ha il valore di una ipotesi per quanto interessante ed efficace.
D. Che cosa bisognerebbe considerare allora?
R. Abbiamo una letteratura scientifica di oltre 40 anni, il primo studio sulla genitorialità omosessuale è del 1972, ma sono centinaia quelli fatti in questi anni. E tutti vanno nella stessa direzione.
D. Quale?
R. Si interrogano sugli sviluppi dell'identità sessuale dei bambini rispetto a identità di genere. Queste ricerche ribadiscono che i figli con uno o due genitori omosessuali, hanno la stessa identica percentuale di orientamento eterosessuale e omosessuale dei figli di coppie etero.
D. Risultato?
R. Queste ricerche ci impongono di mettere in discussione gli assunti psicoanalitici dell'Edipo.
D. Per dire che Edipo non esiste più?
R. No, ma semplicemente che è la descrizione di una particolare psicodinamica relativa alla famiglia eterosessuale. Evidentemente in quelle omosessuali ci sono dinamiche diverse che ancora non abbiamo studiato. E forse proprio la psicanalisi potrebbe farsi carico di provare a identificare queste differenze. La psicologia scientifica invece parte dai risultati.
D. E cosa mette in evidenza?
R. Il contesto sociale. Per lo sviluppo dell'identità dei bambini si dovrebbero cercare modelli e strutture di appoggio anche all'esterno dello stretto nucleo familiare, visto che i bambini crescono a contatto con stimoli sociali importanti che ripropongono la dualità dei sessi.
D. Per esempio?
R. Un aspetto fondamentale che la psicoanalisi prende poco in considerazione è il rapporto con i pari, gli altri bambini, a partire dalla classe. La scoperta di sé non avviene solo attraverso i modelli strettamente familiari. Questa sarebbe una visione riduttiva come osserviamo dai risultati delle realtà già esistenti.
D. Quali studi ci sono?
R. Gli studi dell'American psychological association partono da tre domande che riguardano l'identità di genere, l'orientamento sessuale e l'adattamento psicosociale dei bambini figli di genitori omosessuali. Ci sono centinaia di ricerche, alcune che hanno studiato famiglie per oltre 20 anni, altre che hanno fatto confronti tra popolazione europee e americane, e tutte sono concordi nel ribadire che non esistono segnali di rischio rispetto a questi tre elementi. Risultati di cui ha preso atto anche l'associazione di pediatria americana.
D. Alcuni citano però le ricerche fatte da Reignerus e Cameron...
R.
 Sì, loro volevano proporre dati allarmanti che sono stati ritenuti falsati e perciò invalidati dalle associazioni di categoria. Cameron è stato perfino espulso da tutte le associazioni di psicologia degli Stati Uniti. Insomma non sono gli attivisti gay che propongono un loro punto di vista, ma è la psicologia ufficiale che lo dice. Ma qui fatica ad arrivare.
D. Per colpa dell'influenza del Vaticano?
R. Sembra che la voce alternativa alla religione sia solo quella della psicoanalisi, ma è una disciplina che non si confronta con i risultati e parla solo di un ipotetico futuro: si chiede che cosa questi bambini saranno e faranno. E invece questi bambini ci sono già e molti hanno anche 30 anni compiuti.
D. Che cosa pensa della frase del Gran Rabbino di Francia Gilles Bernheim: «La dualità dei sessi appartiene alla costruzione antropologica dell’umanità»?
R.
 È un discorso fallace perché avere due genitori omosessuali non vuol dire mettere in discussione la dualità dei sessi. I bambini mantengono la propria identità sessuale chiara e gli stessi genitori sono in grado di comunicarla. Ma soprattutto non sono gli unici modelli.
D. Quali sono questi modelli?
R. Ci sono famiglie allargate, i compagni di scuola, i maestri e soprattutto i media, perché i bambini oggi vivono con le immagini, la televisione: la rappresentazione dei due sessi è garantita ovunque, hanno quindi una serie di stimoli sufficienti per riconoscerla. C'è inoltre da considerare il fatto che la dualità dei sessi non può diventare normativa.
D. Ci spieghi meglio.
R. Per quanto esistano due identità sessuali ben distinte, ci sono anche una serie di identità che devono essere preservate e che tra i due sessi costruiscono uno spazio di esplorazione importante come il transgenderismo e il transessualismo. E fanno parte anche loro di una antropologia umana, solo che questi discorsi ideologici, che partono dalla Genesi come quello citato da della Loggia, sembrano escludere il transgenderismo dal consorzio umano.
D. Il padre e la madre non indicano più al bambino la sua genealogia?
R.
 Tutti noi abbiamo una identità di genere e la costruiamo a partire da un racconto all'interno del quale ci sta anche la nostra genealogia: questo rappresenta certo la struttura basilare. Laddove c'è un mito del sangue e della famiglia in termini genetici, quelli forse diventeranno i contenuti dell'identità, ma non ci sono solo quelli.
D. Quali altri?
R. Il figlio di due genitori omosessuali ha una sua identità costruita a partire da lineamenti differenti. Sarà una genealogia non basata sul sangue, ma fatta di desiderio di filiazione. Una tematica che dobbiamo considerare perché riguarda anche i figli adottivi, tutte le realtà dove non esiste un legame di sangue con i genitori. Per questo bisogna stare attenti quando si dice che se viene a mancare la certezza del rapporto biologico viene a mancare una parte importante dell'identità dell'individuo.
D. Insomma non è solo una questione di geni.
R.
 La biologia certamente fa parte dell'identità dell'individuo, ma non può essere usata per prescrivere l'eterosessualità come unica forma lecita di sessualità.
D. Il rischio è di aumentate la discrimanazione?
R.
 Il discorso del rabbino si rifà alla tradizione ebraica dove il sangue ha una importanza che trasmette l'appartenenza a un popolo, e quella è una dimensione diversa legata a una cultura e a una religione.
D. Anche in Italia il dibattito è ancora molto orientato sul piano religioso, quanto influenza e scoraggia le coppie omosessuali che vorrebbero avere dei figli?
R.
 Le famiglie che conosco danno per scontato che ci sia un discorso omofobico molto respingente sul piano del cattolicesimo ufficiale delle gerarchie. Però non credo che scoraggi più di tanto.
D. Qual è il vero problema?
R. L'incertezza legislativa, che pesa di più perché c'è sempre un membro della coppia che rischia di essere estromesso e di non vedere riconosciuti i propri diritti di genitore. Ma anche il figlio che non vede rispettato il proprio diritto alla tutela del rapporto con il genitore sociale.
D. Anche in Francia però è ancora così.
R. Sì, ma c'è molta meno attenzione ai dettami della Chiesa. Si è sempre tenuto separato il discorso religioso da quello civile. La laicità è quasi una religione di Stato.
Giovedì, 03 Gennaio 2013

mercoledì 9 gennaio 2013

MAMMO????!!!

Premesssa: sono cattivella come sempre ;-).
Ho sempre avvertito una stonatura quando sentivo la parola "mammo". Chi l'avrà coniata? un uomo o una donna? Secondo me una donna. Una donna che scopertasi Supereroe con la maternità e considerando gran parte degli uomini incapaci di fare tutto ciò che invece una donna-mamma riesce a fare contemporaneamente, ha incontrato qualche uomo che, contrariamente alle sue aspettative poteva quasi quasi eguagliarla e quindi l'ha definito "mammo" invece che PAPÀ. Sebbene qualcuno possa pensarlo, quella donna non sono affatto io. Anche perché, chi mi conosce, sa anche che dietro la mia apparente ironia sugli uomini, c'è una grande verità: sono molto bravi quando fanno o permettiamo loro di fare veramente i papà. 
Quindi dietro la femminilizzazione di questo termine, "mammo", c'è un che di dispregiativo, una squalifica della differenza tra due membri di una coppia che però è una sua importante risorsa. 
Se devo immaginarmi un "mammo" me lo vedo così: 

Robert Williams in "Mrs. Doubtfire"
un uomo cammuffato da donna che si arrabatta ad imitare gli stereotipi femminili della cura del bambino. Tendenzialmente pasticcione, potrebbe però sviluppare inaspettate capacità materne come saper cucinare, badare ai bambini e contemporaneamente fare la lavatrice. Potrebbe produrre estrogeni. Potrebbero crescergli le tette per allattare. Dolce e accogliente è capace di essere affettuoso con i propri figli e in grado di emozionarsi facilmente. In sostanza è squalificante anche per una donna che per contrasto viene identificata proprio con questi stereotipi...Comunque..."mammo" suona proprio male, anzi, mi provoca un certo raccapriccio. Leggo di Vip che dichiarano: "mio marito è proprio un bravo "mammo". Ma perché non può essere "solo" un bravo papà? Che ha di sbagliato la parola "papà"? Forse perché anche noi mamme non abbiamo del tutto chiaro il ruolo del papà. O forse perché con la maternità ci sentiamo tanto gratificate e onnipotenti che ci prendiamo tutti gli spazi per poi lamentarci se tutto è sulle nostre spalle. E i nostri uomini, che ci vedono così competenti (l'istinto è sempre materno no?), mica ci vogliono togliere questa soddisfazione e retrocedono piano piano fino al punto di arrivare ad una certezza: il bimbo si addormenta solo con la mamma...mangia solo con la mamma...vuole solo la mamma...e la mamma non ne può più. Sfinita si lamenta con le amiche delle notti insonni con il bambino addosso. È questo il punto di non ritorno? Lui bello come il sole che va a giocare a calcetto perché tanto in casa la sua presenza è inutile e lei che rinuncia alla serata con le amiche perché sa che appena esce lui la richiamerebbe indietro al primo lamento del pupo. Beh, ragazze, spegnete il telefono. Se non lo spegnete, non guardatelo ogni 5 minuti. E non rimaneteci male se invece va tutto liscio e il papà orgoglioso vi dice che è stato bene con suo figlio. Gratificatelo quest'uomo, anche se gli ha infilato il pigiama sbagliato, e diventerà come per magia, capace di fare addormentare il bambino in meno tempo di noi. Ma non sarà la copia maschile di noi. Sarà semplicemente se stesso. Però non è che il papà appare nella vita del piccolo e subito è capace. Come per noi che coltiviamo il Bonding già durante la gravidanza, può farlo anche lui; il piccolo sente la presenza di un papà già da dentro la pancia e non solo attraverso il suono della sua voce o il suo tocco, ma anche attraverso le sensazioni che sente la mamma in presenza del papà. Quella persona lì, la sente da subito e se appena nato da subito lo tocca, lo contiene e lo massaggia, e continua a farlo in modo che questi due individui si riconoscano a vicenda e trovino la loro specifica intimità. Certo...glielo dobbiamo consentire PERÒ!

lunedì 24 dicembre 2012

“IO DOV'ERO SE NON C'ERO?”


Iole: 4 anni a febbraio e già alle prese con i grandi temi della filosofia e della religione. La vita, la nascita e la morte. Iniziamo bene. Deglutire. Respirare profondamente. Tutto è iniziato quando le è stato detto che è uscita dalla pancia della mamma e come lei suo fratello. Ma la concezione del tempo ancora non l'ha quindi, come spiegare che lui ci è stato tre anni prima? È più alto, va alle elementari...ok, si è convinta che lui è più grande ed è più bravo a far le cose perché ha avuto più tempo per impararle. “Ma nella pancia eravamo insieme.” “No, non eravate insieme.” Difficile da digerire perché questo significa che: “IO DOV'ERO SE NON C'ERO????” e quindi “COME HO FATTO A ENTRARE????”.

Deglutire. Respirare profondamente. “Allora, per fare i bimbi ci vuole l'amore. Il papà mette un semino nella pancia della mamma...(per ora non ha chiesto come fa), il semino si unisce all'uovo della mamma (disegno), quando si uniscono crescono e diventano un bambino” “Ah. Sì, ma prima dov'ero?”.
Mi è venuto in mente che in passato, una visione animistica del concepimento si diffuse e proseguì per un bel po' di anni, interpretazione che sosteneva che i bambini fossero presenti nell'aria insieme al pulviscolo molecolare appena scoperto. Beh, innanzi a questa teoria, mia figlia è apparsa scettica. Correggiamo il tiro. Più convincente la sincera affermazione: “eri nei pensieri della mamma e del papà” “ma come?” “come te quando pensi alle cose belle, le senti nella testa e poi stai bene” “ho capito”.
Bene. Speriamo di aver guadagnato qualche giorno. Nel frattempo si accettano idee e consigli.

venerdì 16 novembre 2012

IL FRATELLO PRENDE ATTO

Sì, mio figlio, 6 anni e mezzo, non si pone tante domande, prende atto di quello che fa la sorella, 3 e mezzo, tutto qui. Noi genitori ci meravigliamo, ci arrabbiamo, ragioniamo sul significato delle sue azioni, vogliamo capire i suoi rituali, i motivi delle sue bizze...invece lui no, per lui è sempre tutto molto più chiaro. Tranquillo e beato guarda questa sua sorella un pochino estrosa e chiacchierona e sorride. Certo, si arrabbia quando non lo lascia parlare: "Mia sorella non è una bambina! è un altoparlante!!", disse un giorno. Ma lui la capisce di più, o meglio, capisce la lingua segreta dei bambini e spesso ce la traduce: "lei vuole dire che..." Lei lo guarda ammirata questo suo fratellone che sa tutto, a volte se lo bacia, a volte prova a menarlo, ma insomma, normale amministrazione.
Spesso mi chiedono se non sono gelosi l'uno dell'altra. Sinceramente non so cosa rispondere: forse a volte lo è lei di lui, a volte lui di lei...insomma, come tutti credo, abbiamo cercato di rendere la sorellina simpatica già quando era nel pancione, a scatola chiusa e incrociando le dita, ma poi, l'equilibrio, l'hanno trovato da soli. 
Credo più che altro che la gelosia sia nelle teste degli adulti che li osservano e dicono cose del tipo: "guarda com'è bravo tuo fratello" oppure "non fare i capricci come tua sorella" o ancora "non fare così che sei grande" o "sei ancora piccola"...Son sottolineature che se ripetute molto spesso, se non costantemente, anche se con buone intenzioni, li mettono in competizione, fanno sembrare l'uno meglio dell'altro e se si nota, almeno i miei lo fanno, quando i grandi fanno osservazioni di questo tipo, subito dopo bisticciano tra loro...


mercoledì 12 settembre 2012

Non è da molto che ho scoperto la tata inglese Joe Frost, la "super nanny": d'aspetto gradevole così da non ingelosire le mogliettine, leggermente sovrappeso così che la maggior parte delle donne si possano identificare, espressione simpatica e rassicurante, ma capace di dare ordini come un marine. L'occhiale finto, infine, ci lascia immaginare che abbia studiato per far quello che fa. Certo, le nostre Tate televisive sono un poco più genuine e un pochino meno brusche nei modi, anche se con il sorriso ti lanciano di quei fulmini che stenderebbero un elefante...Comunque anche io vorrei una Joe Frost a volte, magari quando torno stanca la sera e i bambini fanno i capricci: due dritte e tutto fila! Lei e le sue colleghe, del resto, hanno sempre le idee chiare su tutto: a quale età bisogna smettere d'allattare (vi ricordate il clamore di Tata Lucia e le sue teorie? no? Allora leggete qui: http://www.genitorichannel.it/In-famiglia/Vita-quotidiana/Tata-Lucia-sul-sonno-e-sull-allattamento-non-si-scherza.html), a quando e come i bimbi devono dormire da soli nel lettino, come si gioca coi figli e come trovare la motivazione e la fiducia in sé stessi. le strategie ormai le sappiamo: si manda la mamma dall'estetista, si blinda il papà in casa coi marmocchi e troviamo un sistema per evitare le interferenze della nonna. ciò crea almeno due conseguenze: 1. le famiglie si fidano e si affidano spinte dalla disperazione e dalla mancanza di sonno; 2. di fronte a tanta entusiastica adesione, gli esperti credono davvero di esserlo.
C'è un'estrema coerenza in questo meccanismo e infatti, non è una magia, FUNZIONA! L'esperto ha bisogno di qualcuno che creda in lui per sentirsi tale ed essere efficace.
Tuttavia, nel momento in cui l'esperto prende in mano la situazione spesso arriva a veicolare anche un messaggio indiretto di squalifica del ruolo genitoriale: lo stesso esperto che dall'alto della sua esperienza dice ai genitori con aria compassionevole ma comprensiva, che è sbagliato litigare e discutere davanti ai figli, in modo che alla mammina scenda sempre almeno una lacrimuccia che fa audience, lo troviamo nella sequenza successiva che intima ai genitori cosa non devono o devono fare davanti ai figli. A me pare una contraddizione che però è funzionale allo spettacolo: lo spettatore si sente partecipe, coinvolto, si identifica e si sente meno peggio dei poveri genitori in TV. E se il "gioco" fallisce? Beh, la colpa non sarà mai dell'esperto, perché se per definizione la relazione è così rigidamente complementare (uno sopra e uno sotto, up and down) stretta in un rapporto di dipendenza in cui uno fa credere di avere più potere, chi "sbaglia", sarà sempre la famiglia che non esegue in modo corretto le istruzioni. Raramente ci si interroga su come mai alcune persone accettano e altre no di ingaggiarsi in una relazione di questo tipo...Quando invece i genitori entrano nella stanza della terapia, chiedono quasi sempre "cosa dobbiamo fare?" e non ricevono la  risposta che desiderano (perché  non lo so e al massimo posso immaginare cosa potrei fare io nella loro situazione dato che ogni famiglia è un sistema a sé che possiede un modo peculiare e creativo di trovare delle soluzioni) avvertono una fastidiosa confusione. Tanto quanto può risultare sgradevole, tanto più è invece utile, perché costringe a pensare in modo nuovo alla situazione. E' qui che il terapeuta accompagna verso le nuove letture e le stimola, valorizzando la responsabilità dei genitori.