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mercoledì 3 aprile 2013

ADOLESCENTI E GRAVIDANZA

"17 filles" - il film


Ieri si è concluso il ciclo di incontri "C'era una volta il parto" con il tema "Piccole donne...partoriscono". È stato un incontro molto interessante e mi spiace che la partecipazione non sia stata numerosa in quanto credo che voi assenti vi siate persi davvero molto questa volta. Tre giovani donne hanno raccontato la loro gravidanza e il loro diventare madri che ha coinciso anche con il loro diventare donne nel vero senso della parola. Cosa significa diventare madri a 16 o a 18 anni quando ancora si va a scuola, quando i rapporti affettivi sono acerbi anche se sembrano grandiosi ed eterni, quando il rapporto con i propri genitori è ancora legato con il doppio filo? Queste ragazze hanno parlato con la luce negli occhi e hanno narrato una storia difficile, faticosa, che le ha costrette emotivamente ad una maturazione improvvisa, ad un farsi carico di responsabilità che sono lontane anni luce dalla mente spensierata di molti altri coetanei. Ma allo stesso tempo hanno raccontato una storia di rinascita, una storia in cui il proprio corpo è diventato una potente arma di rivoluzione di cambiamento personale e familiare. 
Sono uscita da quell'incontro con molte domande che non sono riuscita a fare a queste ragazze e con un poco di confusione, soprattutto perché nell'immaginario comune non è  contemplata l'idea di un'adolescente che possa desiderare di rinunciare ai propri progetti per accudire un bambino tantomeno scegliere scientemente di diventare madre. Quando entro nelle scuole per parlare con i ragazzi di affettività e sessualità, si parla naturalmente di contraccezione, in quanto è implicito che la gravidanza in adolescenza non è auspicabile. Per i coetanei e anche per gli adulti è un segnale di immaturità, di irresponsabilità e tanti scappano lontano. Eppure per queste ragazze questo gesto che alcuni definirebbero da "irresponsabili", è stato proprio il punto di svolta verso la propria individuazione. Rimanere incinta a 17 anni oggi non può essere questione di disinformazione, questo ormai lo sapevamo, e nemmeno di distrazione. Le storie che ho sentito mi hanno infatti parlato di un istinto ancora più primitivo, quello che non passa attraverso la razionalità, ma attraverso il corpo, attraverso la pancia. Il significato di nascita sempre riporta ad una propria rinascita, alla possibilità di riscrivere la propria storia così come il proprio ruolo in famiglia. Il ruolo della famiglia di origine diventa fondamentale in termini di presenza e supporto, con un riequilibrio dei ruoli che si devono per forza ricalibrare sulla nascita di un nipote che è anche un po' figlio dei nonni e di una figlia che è d'improvviso diventata donna e necessita di un proprio riconoscimento. Inoltre queste giovani donne raccontano e si raccontano storie UTILI, storie di realizzazione e non di rinuncia o fallimento.
Gravidanze al femminile con un enorme potenziale di rivoluzione, così come espresso ottimamente nel film "17 filles", connessione azzeccatissima di Anna Maria Cristiani, Presidente del Collegio delle Ostetriche, film che avevo accantonato e che mi è tornato in mente con forza. Ispirato ad una vicenda realmente accaduta, racconta la vicenda di 17 ragazze che vivono in un'anonima e non ben specificata periferia e che decidono di rimanere incinta tutte contemporaneamente. Le loro gravidanze costringono tutta la comunità ad interrogarsi sul ruolo delle agenzie educative, sul ruolo della famiglia, sullo scenario e le prospettive dei giovani. Quelle pance contengono tutto, la rabbia, la trasgressione, la speranza, la progettualità in un desiderio di futuro che però, finito il sogno con il bambino vero tra le braccia, si trovano inchiodate al solito presente e ai bisogni di un bimbo che, nascendo, chiede loro tutta l'attenzione e la cura possibile e non la responsabilità di farsi carico di un progetto materno unilaterale.

lunedì 17 settembre 2012

IL VERO PRIMO GIORNO DI SCUOLA (dedicato a Barbara M.)

oh...il primo giorno di scuola elementare...quello vero eh? quello che si va con la cartella con dentro le matite colorate..quello che lo zaino è più grande del figlio...quello che lo zaino comprato al centro commerciale è uguale ad almeno altri 3 zaini nella stessa classe e tu sai già che porterà a casa quello sbagliato prima o poi...quello che ti vien la lacrimuccia e vorresti stare in classe con lui, ma subito ti accorgi che prima vai prima gli eviti di fare la figura del "petarotto" (da petaròt, tipico termine dialettale cremonese che sta ad indicare bimbo piccolo e mammone, tendenzialmente piagnucolone, ndr). La scena emblematica è rappresentata dalla crocchia di genitori che intasa  la porta di ingresso tentando di fotografare il bimbo col cellulare. L'immagine commovente è invece quella del figlio seduto dietro l'enorme banco che si guarda intorno e inizia a fare amicizia col vicino...gli farà vedere l'astuccio, gli dirà che ha due gatti, ma uno graffia...speriamo non gli dica anche le cose nostre tipo che lo bacio tutto prima di andare a letto e simili...E mentre tu sei ancora lì che lo cerchi con lo sguardo, lui si sente già grande e nemmeno ti si fila..Vabbè dai, mi racconto che sono una mamma contenta che mio figlio si senta a suo agio e sicuro di andar nel mondo...così aspetto il ritorno. Peccato che se ho lasciato a scuola un bambino di sei anni, ne ho riportato a casa uno di 12: allora? Come è andata? Mmmm...bene... E cosa avete fatto? Mmmm...niente...tante cose... E le maestre? Come si chiamano? Non mi ricordo...ok ok...respiro profondo...lo so, lo sto assillando e il mio eccessivo lo inibisce. L'enfasi che sente nelle mie domande e l'aspettativa nella risposta lo costringono a ridimensionarsi...DECOMPRESSIONE...RESPIRO... tanto poi mi racconterà no? Ok, riposati un po' ora, che oggi è stato un giorno importante. Ci facciamo un po' di coccole? E così inizia a raccontare...

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lunedì 10 settembre 2012

ALLA SCUOLA PRIMARIA

"La ragione del viaggio è viaggiare"
                         F. De André


Mio figlio inizierà la scuola primaria mercoledì e oggi ho partecipato alla riunione con genitori e insegnanti della sua classe. Ci sarebbe molto da dire e magari ci sarà l'occasione, ma una cosa in particolare mi ha colpito ed è stato ciò che ha detto l'insegnante di italiano. Ha detto che la scuola è lenta in confronto a tutto ciò che ci circonda e che se pensiamo che la sua funzione sia quella di informare già si parte svantaggiati in partenza. Chiedeva quindi un cambio di premesse: la scuola è il luogo privilegiato della lentezza, il posto in cui il tempo che si impiega per fare le cose, esperirle, rielaborarle diventa la sua resilienza (questo lo dico io..), intesa come la  sua capacità inaspettata di rispondere ad una condizione, in questo caso sociale e culturale, in cui normalmente il fine diventa più importante del processo. Il corpo insegnante, incredibilmente stabile da anni, condivide quindi questa posizione: il processo diventa importante tanto quanto il fine, ossia, il modo in cui si arriva ad apprendere è importante tanto quanto il contenuto in sé e valorizza le idee e la creatività del bambino.
beh...è stata una piacevole sorpresa...che ne pensate?